Il Comitato commenta le proposte di legge.

Dopo diverse settimane, se non mesi, di curioso silenzio (almeno mediatico), il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ha commentato, con un intervento di Pia Covre nel’ambito della conferenza “Sex Work is Work” tenutasi a Roma il 30 aprile, le recenti proposte di legge sulla regolamentazione della prostituzione.

Il testo dell’intervento è pubblicato sul loro sito:
http://www.lucciole.org/content/view/873/3/

L’intervento è interessante perchè chiarisce la posizione dell’unica (ad oggi) organizzazione italiana delle prostitute, anche se non vedo rilevanti novità rispetto alle loro posizioni note.

Faccio qualche commento su alcuni punti specifici.

OBBLIGO DI REGISTRAZIONE: sono pienamente d’accordo con le perplessità espresse dalla Covre. Un’obbligo rigido, burocratico e punitivo spingerebbe alla clandestinità, come ben espresso dalla frase “sono le leggi che ci fanno diventare criminali”, e una nuova legge “regolamentatrice” che inducesse alla clandestinità avrebbe fallito l’obiettivo di gran lunga più importante.

CONTROLLI SANITARI: idem come sopra, pienamente d’accordo.

PUBBLICITA’: idem come sopra.

TASSE: idem come sopra. Una regolamentazione rigida e troppo burocratica spingerebbe, come già l’obbligo di registrazione, alla clandestinità. L’idea di tassare in modo forfettario mi sembra l’unica fattibile.

ZONING: trovo che siano considerazioni condivisibili.

LAVORO NON SUBORDINATO, AUTOGESTIONE E RIFIUTO DEI “GRANDI BORDELLI”:
questo, come da sempre capita con la posizione del Comitato, è di gran lunga il punto dolente. Il Comitato, da sempre, sembra essere terrorizzato dall’idea che nell’esercizio organizzato della prostituzione possa essere ammessa anche l’IMPRENDITORIALITA’ (spesso impropriamente descritta come “lavorare sotto padrone”).

Al contrario, si ripete la vecchia ricetta dell’autogestione come UNICA possibilità (ma, a differenza di ciò che accadeva ai tempi delle proposte di Livia Turco, la Covre si è ben guardata dal parlare di “cooperative”, forse dati i recenti scandali che hanno coinvolto diverse imprese di questo tipo!): “Si deve sostenere l’autoimprenditorialità e l’autogestione. Questo richiederà uno sforzo informativo e anche formativo per una categoria di lavoratrici che fino ad oggi ha vissuto in un sistema abolizionista che ha prodotto condizioni di lavoro precarie e non ha favorito l’autonomia. Per questo non ci saranno grandi bordelli come quelli che abbiamo alle nostre frontiere, come in Austria.  Ma si consentirà che le lavoratrici si organizzino in piccole strutture per mutuo aiuto nell’autorganizzazione”.

Ora, io continuo a non capire perchè il consentire l’autorganizzazione (cosa sacrosanta) debba comportare il divieto di imprenditorialità come si ha nei “grandi bordelli come quelli che abbiamo alle nostre frontiere”, dove oltretutto non mi pare proprio che ci siano opposizioni da parte delle organizzazioni di sex workers di quei paesi.
Paesi che proprio grazie a questa possibilità di organizzazione imprenditoriale, con regole a tutela delle lavoratrici (e lavoratori), hanno successo nel gestire un fenomeno a volte molto più vasto di quello italiano.
O, meglio, temo di capirlo: è l’atavica paura delle sex workers italiane di ammettere la presenza di un modello di grande successo che potrebbe indurre pure loro (non costringere, bensì indurre, pur di malavoglia, per loro convenienza di business!) a spostarsi negli Eros Center ed FKK o quanto meno fare forte concorrenza alla prostituzione di appartamento (che è quella praticata dalle italiane).

La Covre dice: “si deve evitare che ci siano dei gestori a fare una selezione fra i/le lavoratori/trici e che dettino le regole e le condizioni ai/alle lavoratori/trici che specialmente se stranieri/e possono essere facilmente sottoposte a ricatti economici”.
Ma qui c’è poco da ricattare: se il rapporto commerciale tra gestore di un Eros Center e la sex worker si limita all’affitto di una stanza, c’è una tariffa di affitto e stop.

Quale “selezione”? Un gestore che rifiuta di affittare ad una sex worker perchè ne preferisce una che pensa possa avere maggior successo con i clienti? A giudicare dalla varietà che c’è negli Eros Center esteri tipo “walking thru” direi che il problema non si pone (se paghi l’affitto, che problema c’è?).
Forse potrebbe esserci un pò di più negli FKK più “sofisticati”, ma anche lì non è che veda solo top-model ingaggiate per tenere alto il “livello” della “ditta”.
E, in ogni caso, è lo stesso “problema” che i  teoria ci potrebbe essere con i night-club e le lap-dancer: perchè il Comitato non si oppone all'”ingaggio” delle lap-dancer e strip-teaser con le stesse obiezioni sulla “selezione”?

Morale: il problema non esiste, finchè si consente SIA l’autogestione CHE l’imprenditorialità (con regole chiare che garantiscano una rigorosa e totale autonomia alle sex workers). Poi ogni sex workers sceglierà il modello lavorativo che ritiene più adatto a lei (nei paesi con gli Eros Center non è che sia sparita la prostituzione di appartamento).
E il cercare di far vedere come reale un problema inesistente e rifiutare quei modelli all’estero che non solo hanno successo ma non sono per nulla contestati in sè dalle organizzazioni di sex workers di quei paesi, fa perdere di credibilità.
Anche perchè tanti italiani sono ormai andati a vedere di persona come stanno le cose all’estero e se non credono alle frottole dell’Organizzazione Papa Giovanni XXIII non credono poi neppure al Comitato se dice certe cose che non hanno riscontro.

A parte quest’ultima, annosa e pur fondamentale questione (se non si vuole fare una regolamentazione che nei fatti fallisca l’obiettivo di migliorare radicalmente la situazione), le considerazioni della Covre mi pare focalizzino bene i problemi delle proposte di legge di cui si è parlato in questi mesi.